L’Italia non ha ancora un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici

L’Italia non ha ancora un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici

(di Eduardo Lubrano). Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici: uno strumento tramite il quale, un governo può prevenire e ridurre il rischio climatico in una maniera efficace socialmente ed economicamente; ed è uno dei due modi per combattere il cambiamento climatico, l’altro è la mitigazione, in altre parole l’eliminazione delle cause che lo provocano. Ebbene l’Italia non ha questo Piano. O meglio lo avrebbe pronto ma è chiuso in un cassetto. Dal 2017. Imbarazzante.

Mai come in queste settimane nelle quali tutti anche i più bacchettoni tra i negazionisti dei cambiamenti climatici oserebbero sostenere le loro posizioni. Il nostro Paese si è dimostrato uno dei più vulnerabili dal punto di vista dei cambiamenti climatici: solo per fare un esempio, nel 2021, l’Italia ha registrato un triste primato rispetto alla quantità di ettari di superficie toccati da incendi (160mila ettari). Di quanto sta accadendo quest’anno, abbiamo appena iniziato a mettere in fila le cifre.

“L’Italia presenta evidenti segni di degrado, che si manifesta con caratteristiche diverse in circa il 28% del territorio – hanno spiegato in un recente webinair dall’Ispra – principalmente nelle regioni meridionali, dove le condizioni meteoclimatiche contribuiscono fortemente all’aumento del degrado e quindi alla vulnerabilità alla desertificazione a causa della perdita di qualità degli habitat, l’erosione del suolo, la frammentazione del territorio, la densità delle coperture artificiali, con significativi peggioramenti anche in aree del nord, come in Veneto, Piemonte, Emilia Romagna”.

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Il PNACC

Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) è stato elaborato con un progetto finanziato dal Ministero dell’Ambiente e coordinato dal CMCC. È stato sottoposto a revisione e dal 2018 è rimasto in attesa di approvazione della Valutazione Ambientale Strategica : un processo la cui funzione principale è quella di  valutare gli effetti ambientali dei piani o dei programmi, prima della loro approvazione durante ed al termine del loro periodo di validità.

Il piano non include attualmente una pianificazione finanziaria e una possibile allocazione dei fondi, e questo, secondo quanto detto prima, non lo rende un vero e proprio piano d’azione. Per esempio, un caso importante riguarda il bacino del Po, individuato nella Strategia come una delle aree di grande priorità per attuare azioni di adattamento. Nella fattispecie, è una buona notizia che un finanziamento per il bacino del Po è stato inserito nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Che però è il penultimo in Europa (davanti a quello della Lettonia) per risorse destinate alla transizione ecologica. In materia di energie rinnovabili, la Commissione europea ha aperto nei giorni scorsi la seconda fase (parere motivato) della procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato recepimento della direttiva sulle rinnovabili 2018/2001, che fissa un obiettivo vincolante per il 2030 pari almeno al 32% di energie rinnovabili: ovvero, il riferimento normativo cui si agganciano  i 70 GW necessari al nostro paese dei quali aveva parlato l’ex premier Draghi.