16 Ott INPS, utile da 4,5 miliardi ma conti sorretti dallo Stato: cosa c’è davvero dietro il Rendiconto 2025
Ogni anno il Rendiconto dell’INPS viene accolto da titoli rassicuranti: conti in ordine, utile in crescita, sistema previdenziale solido.
Anche il bilancio 2025 sembra confermare questa narrazione, con un risultato positivo di 4,5 miliardi e un patrimonio netto che sale a 42,8 miliardi. Ma dietro questi numeri c’è una realtà più complessa: senza l’intervento massiccio dello Stato, i conti dell’Istituto sarebbero tutt’altro che in equilibrio.
Nel 2025 l’INPS ha incassato contributi per 294,2 miliardi, a fronte di prestazioni complessive che hanno superato i 425 miliardi. La sola spesa previdenziale ha raggiunto quota 325 miliardi. Il divario viene colmato dalla GIAS, la gestione che convoglia i trasferimenti statali destinati sia a sostenere le gestioni previdenziali in difficoltà sia a finanziare misure di natura assistenziale. Negli ultimi anni questi trasferimenti hanno oscillato tra i 160 e i 180 miliardi, e nel 2025 si sono attestati a 165 miliardi: una cifra enorme, che rappresenta più di un terzo delle entrate correnti dell’Istituto e che proviene interamente dalla fiscalità generale o da nuovo debito pubblico.
È però importante distinguere ciò che riguarda la previdenza da ciò che appartiene all’assistenza. Una parte significativa dei fondi statali non serve a coprire pensioni maturate con i contributi, ma a finanziare misure di welfare che il Parlamento ha affidato all’INPS come ente pagatore. Invalidità civile, assegno unico per i figli, pensioni e assegni sociali, incentivi alle assunzioni: sono tutte prestazioni che non hanno natura previdenziale e che, per loro stessa definizione, devono essere sostenute dallo Stato. Il fatto che transitino nei conti dell’INPS non significa che il sistema pensionistico sia in deficit per quella quota.
Detto questo, una parte dei trasferimenti statali serve effettivamente a coprire squilibri previdenziali. Alcune gestioni, come quella dei dipendenti pubblici, presentano disavanzi strutturali che richiedono interventi continui. Lo stesso vale per le integrazioni al trattamento minimo e per gli oneri derivanti da pensionamenti anticipati o agevolazioni introdotte nel corso degli anni. Il confine tra previdenza e assistenza, pur formalmente separato da decenni, resta nella pratica molto meno netto.
Il calo dei trasferimenti nel 2025 rispetto al 2024 non è il segnale di un miglioramento strutturale. Dipende soprattutto da un cambiamento contabile introdotto dalla legge di Bilancio: il taglio del cuneo fiscale, che nel 2024 era gestito come esonero contributivo e quindi rimborsato dallo Stato all’INPS, è stato trasformato nel 2025 in uno sconto IRPEF. I contributi sono tornati pieni, le entrate dell’Istituto sono aumentate e i trasferimenti si sono ridotti. La sostanza per le casse pubbliche non cambia: cambia solo la voce di bilancio in cui la spesa viene registrata.
Anche l’utile d’esercizio va letto con prudenza. Al netto delle riserve obbligatorie, il 2025 si chiude con un disavanzo economico di oltre un miliardo. La crescita del patrimonio netto, inoltre, dipende in parte da decisioni politiche: la riduzione del debito dell’INPS verso lo Stato per anticipazioni di tesoreria, prevista dalla legge di Bilancio 2022, migliora automaticamente il patrimonio dell’Istituto senza riflettere un reale miglioramento gestionale.
La conclusione è che l’INPS non può essere valutato come un’azienda privata. È un pezzo del bilancio pubblico: raccoglie contributi, riceve fondi dalla fiscalità generale ed eroga prestazioni stabilite dal legislatore. Il suo equilibrio è garantito dallo Stato per definizione. La domanda da porsi non è se l’INPS sia “in utile” o “in perdita”, ma quanto della spesa sociale italiana sia finanziata dai contributi e quanto dalle tasse, e se questa proporzione sarà sostenibile in un Paese che invecchia rapidamente e ha già aliquote contributive tra le più alte d’Europa.
