25 Giu Lo stato del gioco d’azzardo nel 2025 in Italia, leader europeo per somme giocate e perse
Nel 2025 il gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto 165 miliardi di euro di raccolta (7,3% del Pil), con perdite nette per 21,9 miliardi e un gettito erariale di 11,47 miliardi (1,72% delle entrate tributarie). Ogni maggiorenne ha scommesso in media 7,65 euro al giorno e perso 1,02 euro. La raccolta equivale all’85% della spesa familiare per alimentari e supera il doppio di quella per servizi assicurativi e finanziari. L’Italia guida i principali Paesi europei per somme giocate e perse, sia pro capite sia rispetto al Pil. Dei 165 miliardi puntati, 143 tornano ai giocatori: il payout medio è 87 centesimi per euro.
Nonostante la crescita ventennale dei volumi, il rapporto gettito/raccolta è sceso dal 19,4% (2006) al 6,9% (2025). La causa principale è il mutamento della composizione del mercato: calo del peso di AWP e VLT (ancora metà del gettito ma solo 19% della raccolta) e forte espansione dell’online, accelerata dalla pandemia, con payout elevati e tassazione sul margine. L’online è anche più esposto a illegalità: nel 2025 l’ADM ha inibito 1.038 siti non autorizzati (+111% sul 2023). L’aumento delle aliquote, concepito come tassa pigouviana per contenere i costi sociali del gioco, è stato spesso neutralizzato dalle concessionarie tramite riduzione del payout, che mantiene invariati i margini d’impresa trasferendo il maggior prelievo sui giocatori senza alzare il “prezzo” visibile della giocata.
Persistono forti divari territoriali. Nel 2025 si registra una maggiore spesa pro capite nel Sud (Campania 3.862 euro, Abruzzo 3.550, Sicilia 3.290) rispetto al Nord (minimi in Trentino-Alto Adige 1.786, Valle d’Aosta 1.868, Veneto 1.927). Le perdite pro capite sono più alte al Sud in valore assoluto (Campania 482 euro vs media italiana 371), ma il tasso di perdita per euro scommesso è inferiore grazie alla preferenza per giochi di abilità online, con minore aleatorietà e payout più alti, rispetto al Nord dove prevalgono slot, bingo e lotterie. Le aree più povere e con maggiore propensione al gioco producono proporzionalmente meno gettito.
A livello individuale, il gioco è correlato negativamente con il reddito e positivamente con disoccupazione e deprivazione materiale, con effetti sostitutivi sui consumi essenziali e, tra i disoccupati, anche sull’offerta di lavoro. La tassazione come deterrente risulta regressiva, colpendo maggiormente i più fragili. Una tesi alternativa vede il gioco legale come prelievo indiretto in contesti ad alta evasione.
Sul piano fiscale, lo Stato incassa quasi il 2% del totale tributario dai giochi e introiti da concessioni (364 milioni nel 2025 per l’online), ma destina solo lo 0,3% del gettito a prevenzione e cura (32,2 milioni vincolati al disturbo da gioco). L’online, pur essendo il 60% della raccolta, genera meno del 13% del gettito a causa della base imponibile sul margine. Ne deriva un conflitto d’interessi pubblico tra esigenza di canalizzare il gioco nel legale e tutela della salute: andrebbe gestito subordinando il gettito alle priorità sanitarie e sociali, anche a costo di minori entrate nel breve periodo.
fonte: Valerio Ferraro per Osservatorio CPI
