23 Ott Pensioni, nuovi coefficienti dal 2027: come cambiano gli importi degli assegni
Andare in pensione nel 2027 potrebbe significare ricevere un assegno più basso rispetto a chi ha lasciato il lavoro nel biennio precedente, anche avendo accumulato la stessa quantità di contributi.
A determinare questa differenza è il nuovo aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, i parametri utilizzati per convertire il montante contributivo nella pensione vera e propria. Il ministero del Lavoro ha comunicato i nuovi valori validi per il periodo 2027-2028, confermando una riduzione che avrà conseguenze sugli importi calcolati con il metodo contributivo.
Quando si parla di aspettative di vita e pensioni, l’attenzione si concentra spesso sull’età necessaria per smettere di lavorare. Nel 2027, per esempio, i requisiti anagrafici sono destinati ad aumentare di un mese, con un ulteriore incremento di due mesi nel 2028. Esiste, però, un secondo effetto meno conosciuto: la maggiore longevità incide anche sul valore dell’assegno, perché il sistema previdenziale tiene conto del periodo durante il quale, in media, la pensione dovrà essere erogata.
Il meccanismo non è una novità e prevede una revisione biennale dei coefficienti. L’aggiornamento può comportare una riduzione o un aumento dei parametri, a seconda dell’evoluzione delle aspettative di vita. Durante la pandemia si era verificata un’inversione di tendenza, con coefficienti in crescita, ma la nuova revisione riporta i valori verso il basso.
Per chi andrà in pensione nel 2027 o nel 2028, quindi, il montante contributivo sarà convertito utilizzando percentuali meno favorevoli rispetto a quelle del 2025-2026. L’effetto concreto dipende dall’età in cui si lascia il lavoro e dall’ammontare dei contributi accumulati. Vediamo come funzionano questi parametri e quali differenze possono produrre sull’importo della pensione.
Come funzionano i coefficienti di trasformazione nel sistema contributivo
Per capire perché l’aggiornamento possa incidere sull’assegno previdenziale, occorre partire dal funzionamento del metodo contributivo, il sistema che determina la pensione sulla base dei contributi accumulati durante la vita lavorativa.
Questo criterio riguarda i contributi versati dal 1° gennaio 1996 in avanti. Per i lavoratori che al 31 dicembre 1995 avevano già maturato almeno 18 anni di contribuzione, il metodo contributivo si applica invece alle anzianità successive al 1° gennaio 2012.
Nel corso della carriera, i contributi previdenziali versati dal lavoratore e dal datore di lavoro vengono contabilizzati e rivalutati secondo le regole previste dalla normativa. La somma così ottenuta costituisce il cosiddetto montante contributivo, ovvero il capitale previdenziale utilizzato per determinare la quota di pensione calcolata con questo sistema.
Per trasformare il montante in una rendita pensionistica si applica il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età raggiunta al momento del pensionamento. Il valore viene stabilito attraverso apposite tabelle, aggiornate ogni due anni. In linea generale, un’età più elevata al momento dell’uscita dal lavoro comporta un coefficiente maggiore e, di conseguenza, un assegno più alto a parità di montante. Anticipare il pensionamento significa invece applicare un parametro meno vantaggioso.
Quali sono i nuovi coefficienti di trasformazione per il 2027-2028
La revisione biennale dei coefficienti tiene conto dell’andamento della speranza di vita e determina i parametri da utilizzare per il calcolo della pensione. Con il nuovo aggiornamento comunicato dal ministero del Lavoro, tutti i coefficienti riportati nella tabella risultano inferiori a quelli applicabili nel biennio 2025-2026.
Di seguito il confronto tra i valori precedenti e quelli che saranno validi per il 2027 e il 2028.
| Età al pensionamento | Coefficiente 2025-2026 | Coefficiente 2027-2028 |
|---|---|---|
| 57 anni | 4,204% | 4,153% |
| 58 anni | 4,308% | 4,254% |
| 59 anni | 4,419% | 4,361% |
| 60 anni | 4,536% | 4,475% |
| 61 anni | 4,661% | 4,596% |
| 62 anni | 4,795% | 4,725% |
| 63 anni | 4,936% | 4,863% |
| 64 anni | 5,088% | 5,009% |
| 65 anni | 5,250% | 5,166% |
| 66 anni | 5,423% | 5,334% |
| 67 anni | 5,608% | 5,514% |
| 68 anni | 5,808% | 5,707% |
| 69 anni | 6,024% | 5,914% |
| 70 anni | 6,258% | 6,139% |
| 71 anni | 6,510% | 6,382% |
Quanto si riduce l’assegno pensionistico?
Le differenze tra i due bienni possono sembrare contenute osservando soltanto le percentuali, ma diventano più comprensibili traducendole in euro. Per stimare l’impatto del nuovo aggiornamento, possiamo confrontare alcuni casi ipotetici mantenendo invariati sia l’età di pensionamento sia il montante contributivo.
Consideriamo innanzitutto un lavoratore con 200.000 euro di montante che decide di andare in pensione a 64 anni. Con il coefficiente del 5,088% previsto per il 2025-2026, la pensione annua lorda sarebbe pari a 10.176 euro. Applicando il nuovo parametro del 5,009%, l’importo scende invece a 10.018 euro. La differenza è di 158 euro lordi all’anno, equivalenti a circa 12,15 euro al mese considerando tredici mensilità.
Se lo stesso lavoratore attende fino a 67 anni, il confronto cambia. Con il precedente coefficiente del 5,608%, il trattamento annuo lordo sarebbe di 11.216 euro, mentre con il nuovo valore del 5,514% scenderebbe a 11.028 euro. La riduzione raggiunge quindi 188 euro lordi all’anno, pari a circa 14,46 euro mensili su tredici mensilità.
L’effetto aumenta quando il montante contributivo è più elevato. Con un capitale previdenziale di 300.000 euro e un pensionamento a 64 anni, si passa da una pensione annua lorda di 15.264 euro a una di 15.027 euro. La differenza è di 237 euro all’anno, ossia circa 18,23 euro al mese.
Infine, ipotizzando lo stesso montante di 300.000 euro ma un’uscita dal lavoro a 67 anni, l’importo annuo lordo passa da 16.824 a 16.542 euro. In questo caso la riduzione è di 282 euro all’anno, pari a circa 21,69 euro mensili.
Gli esempi mostrano che la diminuzione dell’assegno dipende direttamente dal montante contributivo: a parità di età e di variazione percentuale, chi ha accumulato più contributi registra una differenza in euro maggiore.
Pensione a 67 anni e un mese nel 2027: quale coefficiente si applica?
L’aggiornamento dei coefficienti si intreccia con le modifiche previste per i requisiti anagrafici. Nel 2027, infatti, l’aumento di un mese dell’età richiesta per la pensione di vecchiaia potrebbe portare molti lavoratori a raggiungere il requisito a 67 anni e un mese, anziché a 67 anni esatti.
In queste situazioni non si utilizza semplicemente il coefficiente previsto per l’età compiuta: il sistema contempla un adeguamento proporzionale che tiene conto anche dei mesi interi trascorsi dal compleanno precedente.
Il calcolo si effettua partendo dal coefficiente relativo agli anni compiuti e determinando la differenza rispetto a quello previsto per l’età successiva. Tale differenza viene divisa per dodici e moltiplicata per il numero dei mesi aggiuntivi. Il risultato viene poi sommato al coefficiente di partenza.
Per un pensionamento a 67 anni e un mese nel 2027, si parte dal coefficiente del 5,514% previsto a 67 anni e si considera la differenza rispetto al 5,707% riconosciuto a 68 anni. Aggiungendo un dodicesimo di tale scarto, si ottiene un coefficiente indicativo del 5,5301%.
Il valore è quindi leggermente superiore a quello previsto per chi va in pensione a 67 anni esatti nel biennio 2027-2028. Rimane tuttavia inferiore al 5,608% applicabile a 67 anni nel biennio 2025-2026.
La differenza conferma l’importanza di considerare non soltanto il montante contributivo accumulato, ma anche l’età precisa in cui si accede alla pensione e i coefficienti validi in quel momento. Prima di prendere decisioni sull’uscita dal lavoro, è quindi opportuno valutare l’effetto combinato dei requisiti anagrafici e dei parametri di calcolo sul proprio futuro assegno previdenziale.
