9/5 Per il successo delle politiche sul clima serve un “consenso informato”

(di Simona Re). Secondo Greta Thunberg «i media hanno più responsabilità dei politici, perché se le persone non sanno cosa succede, è perché i media non le hanno informate». Il raggiungimento degli obiettivi internazionali sul clima esige una crescente collaborazione tra giornalisti e scienziati.

 

Quello di Parigi è un accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima, che punta a contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’impegno a fare sforzi per limitare l’aumento entro 1,5°C. Si tratta di obiettivi ambiziosi, che richiedono a ogni Paese firmatario, Italia inclusa, di compiere nei prossimi decenni rapide azioni per la riduzione delle emissioni di CO2. Questo è l’Accordo di Parigi, ed è quanto ricordano a gran voce migliaia di scienziati e di manifestanti nel mondo, lamentando l’esiguità delle azioni finora intraprese dai governi, e chiedendo loro un maggiore impegno nell’affrontare la questione climatica. Oltre al tema centrale della rapida riduzione delle emissioni climalteranti, gli obiettivi includono il rafforzamento della resilienza agli impatti del cambiamento climatico, e il crescente sostegno ai Paesi in via di sviluppo. L’urgenza e le dimensioni di questi obiettivi sono senza precedenti. Notevole è anche il ventaglio degli attori espressamente invitati a contribuire: città, enti territoriali, società civile, e settore privato. Vediamo i principali obiettivi a uno a uno, e cosa dobbiamo fare per raggiungerli.

Il primo obiettivo dell’Accordo di Parigi è “smettere di darci la zappa sui piedi”. Per la riduzione delle emissioni, ai Paesi che aderiscono all’Accordo è richiesto di presentare impegni nazionali volontari di riduzione delle emissioni (NDCNationally Determined Contributions), da aggiornare su base quinquennale, rendendoli ogni volta più ambiziosi. Una sfida, questa, che è stata accolta dall’Unione Europea e dal Parlamento italiano nel 2016, con la ratifica dell’accordo internazionale. Ma gli impegni attuali non sono in linea con l’ambizioso obiettivo dell’Accordo, e gli atti concreti lo sono ancor meno. Secondo il gruppo Energia per l’Italia, il Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec) proposto dal nostro governo su richiesta dell’Unione Europea è un piano “da bocciare”. È un giudizio a dir poco falciante, quello espresso dal gruppo di esperti, guidati dal chimico Vincenzo Balzani (Università di Bologna, Accademia dei Lincei).

D’altro canto, sulla posizione dei politici si interroga la giovane Miriam Martinelli, attivista di Fridays For Future Milano, in una recente intervista su Il Mattino: “Non sono informati, come pretendono di fare delle leggi?” chiede la studentessa. La risposta al bisogno di informazione della classe politica potrebbe venire, per il clima e non solo, dalla recente proposta di un gruppo di ricercatori e giornalisti scientifici. “ScienzaInParlamento” è un appello rivolto alla Camera e al Senato italiani, e ai rispettivi Presidenti Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ai quali si chiede la costituzione di un ufficio indipendente di consulenza scientifica e tecnologica d’eccellenza a supporto dell’attività legislativa. La petizione ha raccolto finora oltre 5.000 firme di scienziati e cittadini. Da Roberto Cingolani (Direttore Istituto Italiano di Tecnologia, Genova) a Carlo Alberto Redi (Università di Pavia, Accademia dei Lincei), da Silvio Garattini (Presidente Istituto Mario Negri) a Piero Genovesi (Dipartimento Monitoraggio e Tutela Ambientale e Conservazione della Biodiversità dell’ISPRA), e molti altri ancora.

È del 2018, in tema di clima e ambiente, la costituzione del Comitato scientifico ‘La Scienza al voto’. Coordinato da Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR, il gruppo di scienziati nasce per “sollecitare e aiutare le forze politiche nello storico compito di una transizione ecologica giusta e positiva”. Porta la firma di tutti i partiti – a eccezione di Movimento 5 Stelle e Forza Italia – l’accordo trasversale preelettorale proposto dal Comitato lo scorso marzo 2018, nel quale viene espresso l’impegno alla piena applicazione dell’Accordo di Parigi. E porta la firma di questo Comitato la letterarecentemente rivolta agli scioperanti per il clima, in cui gli scienziati offrono il loro sostegno per un’efficace unione di sforzi e di intenti. Tra i promotori, Stefano Caserini (Politecnico di Milano), Mario Salomone (WEEC Network), Gianluca Ruggieri (Università dell’Insubria) e Francesca Ventura (Università di Bologna, Presidente AIAM), intervenuti alla conferenza scientifica organizzata alla vigilia dell’Assemblea nazionale di Fridays For Future Italia del 13 aprile.

A Miriam Martinelli possiamo quindi confermare che, se mai i politici dovessero aver bisogno degli scienziati, questi sono disponibili a collaborare.

Riguardo al contributo dei cittadini, come spiega Luca Mercalli (Presidente Società Meteorologica Italiana), la richiesta per l’obiettivo di riduzione delle emissioni è chiara e coincisa: per affrontare il cambiamento climatico, devono cambiare anche le nostre abitudini quotidiane. Ma per farlo, i cittadini devono prima disporre della necessaria presa di coscienza della questione climatica, e delle più consone strategie politiche atte ad agevolare il cambiamento. Spiega Mercalli “La comunicazione deve pervadere la società, rendendola aperta a quelle che sono le necessità di cambiamento dei nostri stili di vita”. Come per i politici, il primo step dei cittadini per il rispetto dell’accordo passa attraverso l’informazione e la conoscenza. Per quanto riguarda poi le strategie politiche, sarebbe proprio la presa di coscienza dei cittadini che, in un regime di democrazia, potrebbe generare la spinta necessaria a innescare l’iniziativa delle istituzioni. Sempre che la nostra volontà non sia quella di finire come la rana bollita di Bateson.

Quanto detto sulle forze da mettere in campo per la riduzione delle emissioni vale anche per le azioni di adattamento al cambiamento climatico, ossia il rafforzamento della resilienza dei sistemi umani. Con un cambiamento in vista, a essere accorti, sarebbe il caso di iniziare a ragionare sui suoi effetti e sui nostri possibili strumenti e strategie di mitigazione. Oltre all’impatto sociale ed economico della rivoluzione del sistema energetico (senza dimenticare agricoltura, gestione dei rifiuti, filiera produttiva), non possiamo non mettere in conto gli effetti imprevedibili e devastanti del climate change. Recita un proverbio, “Chi ruba il miele deve fare attenzione alle api”Come ricorda il Presidente del Senato, “Le statistiche dimostrano che le calamità naturali sono in continuo aumento e che il surriscaldamento del pianeta segna una curva sostanzialmente sovrapponibile”. “Le istituzioni, tutte le istituzioni, hanno una sola via percorribile: ispirare le politiche pubbliche ad una totale sostenibilità” ha affermato la Casellati lo scorso 18 aprile, a Palazzo Madama, in una Sala Koch gremìta di giornalisti.

Infine, come diceva Goethe: “Vuoi vivere felice? Viaggia con due borse, una per dare, l’altra per ricevere”. Ed è quindi la volta del sostegno e della cooperazione internazionale. Secondo un recente studio della Stanford University pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), negli ultimi cinquant’anni il riscaldamento globale ha aumentato la disuguaglianza sul nostro pianeta e ha ridotto di circa un quarto (tra il 17 e il 31%) il prodotto interno lordo dei Paesi più poveri. A questo proposito è bene ricordare che, secondo l’Accordo di Parigi, l’impegno dei Paesi deve tradursi non solo in termini di contributi economici, ma anche nello sviluppo di innovative strategie di cooperazione e nella promozione di un efficace approccio collettivo solidale.

Da questa panoramica sembra che la corretta informazione di leader politici e società civile, insieme a una buona dose di spirito di collaborazione, rappresentino oggi elementi fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi internazionali per il clima. Quello che serve è un consenso informato, in grado di smuovere le nostre istituzioni e di dare così il via alle necessarie radicali innovazioni delle politiche energetiche. Un consenso informato che necessita per sua natura di una crescente collaborazione tra giornalisti e scienziati, capace di sventare, nel più breve tempo possibile, il pericolo di rallentamenti generati dall’ombra dei negazionisti.

“Penso che i media abbiano più responsabilità dei politici” afferma la giovane Greta Thunberg in una recente intervista a La7, e conclude “Perché se le persone non sanno cosa succede, è perché i media non le hanno informate. Ed è per questo che non possono fare pressione su chi è al potere”.

Quello di Parigi è un accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima, che punta a contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’impegno a fare sforzi per limitare l’aumento entro 1,5°C. Si tratta di obiettivi ambiziosi, che richiedono a ogni Paese firmatario, Italia inclusa, di compiere nei prossimi decenni rapide azioni per la riduzione delle emissioni di CO2. Questo è l’Accordo di Parigi, ed è quanto ricordano a gran voce migliaia di scienziati e di manifestanti nel mondo, lamentando l’esiguità delle azioni finora intraprese dai governi, e chiedendo loro un maggiore impegno nell’affrontare la questione climatica. Oltre al tema centrale della rapida riduzione delle emissioni climalteranti, gli obiettivi includono il rafforzamento della resilienza agli impatti del cambiamento climatico, e il crescente sostegno ai Paesi in via di sviluppo. L’urgenza e le dimensioni di questi obiettivi sono senza precedenti. Notevole è anche il ventaglio degli attori espressamente invitati a contribuire: città, enti territoriali, società civile, e settore privato. Vediamo i principali obiettivi a uno a uno, e cosa dobbiamo fare per raggiungerli.

Il primo obiettivo dell’Accordo di Parigi è “smettere di darci la zappa sui piedi”. Per la riduzione delle emissioni, ai Paesi che aderiscono all’Accordo è richiesto di presentare impegni nazionali volontari di riduzione delle emissioni (NDCNationally Determined Contributions), da aggiornare su base quinquennale, rendendoli ogni volta più ambiziosi. Una sfida, questa, che è stata accolta dall’Unione Europea e dal Parlamento italiano nel 2016, con la ratifica dell’accordo internazionale. Ma gli impegni attuali non sono in linea con l’ambizioso obiettivo dell’Accordo, e gli atti concreti lo sono ancor meno. Secondo il gruppo Energia per l’Italia, il Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec) proposto dal nostro governo su richiesta dell’Unione Europea è un piano “da bocciare”. È un giudizio a dir poco falciante, quello espresso dal gruppo di esperti, guidati dal chimico Vincenzo Balzani (Università di Bologna, Accademia dei Lincei).

D’altro canto, sulla posizione dei politici si interroga la giovane Miriam Martinelli, attivista di Fridays For Future Milano, in una recente intervista su Il Mattino: “Non sono informati, come pretendono di fare delle leggi?” chiede la studentessa. La risposta al bisogno di informazione della classe politica potrebbe venire, per il clima e non solo, dalla recente proposta di un gruppo di ricercatori e giornalisti scientifici. “ScienzaInParlamento” è un appello rivolto alla Camera e al Senato italiani, e ai rispettivi Presidenti Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ai quali si chiede la costituzione di un ufficio indipendente di consulenza scientifica e tecnologica d’eccellenza a supporto dell’attività legislativa. La petizione ha raccolto finora oltre 5.000 firme di scienziati e cittadini. Da Roberto Cingolani (Direttore Istituto Italiano di Tecnologia, Genova) a Carlo Alberto Redi (Università di Pavia, Accademia dei Lincei), da Silvio Garattini (Presidente Istituto Mario Negri) a Piero Genovesi (Dipartimento Monitoraggio e Tutela Ambientale e Conservazione della Biodiversità dell’ISPRA), e molti altri ancora.

È del 2018, in tema di clima e ambiente, la costituzione del Comitato scientifico ‘La Scienza al voto’. Coordinato da Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR, il gruppo di scienziati nasce per “sollecitare e aiutare le forze politiche nello storico compito di una transizione ecologica giusta e positiva”. Porta la firma di tutti i partiti – a eccezione di Movimento 5 Stelle e Forza Italia – l’accordo trasversale preelettorale proposto dal Comitato lo scorso marzo 2018, nel quale viene espresso l’impegno alla piena applicazione dell’Accordo di Parigi. E porta la firma di questo Comitato la letterarecentemente rivolta agli scioperanti per il clima, in cui gli scienziati offrono il loro sostegno per un’efficace unione di sforzi e di intenti. Tra i promotori, Stefano Caserini (Politecnico di Milano), Mario Salomone (WEEC Network), Gianluca Ruggieri (Università dell’Insubria) e Francesca Ventura (Università di Bologna, Presidente AIAM), intervenuti alla conferenza scientifica organizzata alla vigilia dell’Assemblea nazionale di Fridays For Future Italia del 13 aprile.

A Miriam Martinelli possiamo quindi confermare che, se mai i politici dovessero aver bisogno degli scienziati, questi sono disponibili a collaborare.

Riguardo al contributo dei cittadini, come spiega Luca Mercalli (Presidente Società Meteorologica Italiana), la richiesta per l’obiettivo di riduzione delle emissioni è chiara e coincisa: per affrontare il cambiamento climatico, devono cambiare anche le nostre abitudini quotidiane. Ma per farlo, i cittadini devono prima disporre della necessaria presa di coscienza della questione climatica, e delle più consone strategie politiche atte ad agevolare il cambiamento. Spiega Mercalli “La comunicazione deve pervadere la società, rendendola aperta a quelle che sono le necessità di cambiamento dei nostri stili di vita”. Come per i politici, il primo step dei cittadini per il rispetto dell’accordo passa attraverso l’informazione e la conoscenza. Per quanto riguarda poi le strategie politiche, sarebbe proprio la presa di coscienza dei cittadini che, in un regime di democrazia, potrebbe generare la spinta necessaria a innescare l’iniziativa delle istituzioni. Sempre che la nostra volontà non sia quella di finire come la rana bollita di Bateson.

Quanto detto sulle forze da mettere in campo per la riduzione delle emissioni vale anche per le azioni di adattamento al cambiamento climatico, ossia il rafforzamento della resilienza dei sistemi umani. Con un cambiamento in vista, a essere accorti, sarebbe il caso di iniziare a ragionare sui suoi effetti e sui nostri possibili strumenti e strategie di mitigazione. Oltre all’impatto sociale ed economico della rivoluzione del sistema energetico (senza dimenticare agricoltura, gestione dei rifiuti, filiera produttiva), non possiamo non mettere in conto gli effetti imprevedibili e devastanti del climate change. Recita un proverbio, “Chi ruba il miele deve fare attenzione alle api”Come ricorda il Presidente del Senato, “Le statistiche dimostrano che le calamità naturali sono in continuo aumento e che il surriscaldamento del pianeta segna una curva sostanzialmente sovrapponibile”. “Le istituzioni, tutte le istituzioni, hanno una sola via percorribile: ispirare le politiche pubbliche ad una totale sostenibilità” ha affermato la Casellati lo scorso 18 aprile, a Palazzo Madama, in una Sala Koch gremìta di giornalisti.

Infine, come diceva Goethe: “Vuoi vivere felice? Viaggia con due borse, una per dare, l’altra per ricevere”. Ed è quindi la volta del sostegno e della cooperazione internazionale. Secondo un recente studio della Stanford University pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), negli ultimi cinquant’anni il riscaldamento globale ha aumentato la disuguaglianza sul nostro pianeta e ha ridotto di circa un quarto (tra il 17 e il 31%) il prodotto interno lordo dei Paesi più poveri. A questo proposito è bene ricordare che, secondo l’Accordo di Parigi, l’impegno dei Paesi deve tradursi non solo in termini di contributi economici, ma anche nello sviluppo di innovative strategie di cooperazione e nella promozione di un efficace approccio collettivo solidale.

Da questa panoramica sembra che la corretta informazione di leader politici e società civile, insieme a una buona dose di spirito di collaborazione, rappresentino oggi elementi fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi internazionali per il clima. Quello che serve è un consenso informato, in grado di smuovere le nostre istituzioni e di dare così il via alle necessarie radicali innovazioni delle politiche energetiche. Un consenso informato che necessita per sua natura di una crescente collaborazione tra giornalisti e scienziati, capace di sventare, nel più breve tempo possibile, il pericolo di rallentamenti generati dall’ombra dei negazionisti.

“Penso che i media abbiano più responsabilità dei politici” afferma la giovane Greta Thunberg in una recente intervista a La7, e conclude “Perché se le persone non sanno cosa succede, è perché i media non le hanno informate. Ed è per questo che non possono fare pressione su chi è al potere”.

Fonte: Greenreport, Simona Re