18 Giu Pensionamento flessibile a 64 anni senza altre distinzioni, una proposta
L’idea è già stata messa nero su bianco e il progetto è definito nelle sue linee generali. Il punto ora è capire se e in che modo potrà trasformarsi in una misura reale. Si parla dell’introduzione di una forma di pensionamento flessibile a 64 anni, pensata per essere accessibile a tutti i lavoratori, senza più la distinzione tra chi ha iniziato a versare contributi prima o dopo il 1996.
L’obiettivo è superare le differenze che oggi dividono le varie categorie, eliminando vincoli legati al tipo di lavoro svolto — come accade per le attività gravose o usuranti — e costruire un meccanismo di uscita anticipata più uniforme e inclusivo.
Il modello allo studio prevederebbe la possibilità di lasciare il lavoro a partire dai 64 anni, con almeno 25 anni di contributi. Per valutarne davvero l’impatto, però, è necessario considerare alcuni elementi chiave: il rapporto tra previdenza pubblica e fondi integrativi, l’eventuale utilizzo del TFR e il metodo con cui verrebbe calcolato l’assegno.
🔵 La situazione attuale
Oggi la pensione a 64 anni è riservata solo ai cosiddetti contributivi puri, cioè a chi non ha contributi versati prima del 1° gennaio 1996. Questa uscita anticipata richiede almeno 20 anni di contributi e un assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale. È una normativa molto rigida: basta non rispettare uno dei requisiti per perdere completamente il diritto.
Restano esclusi:
- chi ha anche un solo contributo prima del 1996
- chi non raggiunge i 20 anni di versamenti
- chi non arriva alla soglia minima dell’assegno richiesto
🔵 Cosa cambierebbe
La riforma allargherebbe in modo significativo la platea, includendo anche chi appartiene al sistema misto. In cambio, il requisito contributivo salirebbe da 20 a 25 anni. Il limite sull’importo minimo resterebbe, ma potrebbe diventare più severo: si valuta infatti di portarlo da tre a 3,2 volte l’assegno sociale.
Se la misura venisse approvata, i criteri sarebbero:
- 64 anni di età
- 25 anni di contributi
- pensione almeno pari a 3,2 volte l’assegno sociale
Per mantenere sostenibile il sistema, l’uscita anticipata potrebbe prevedere penalizzazioni sull’assegno. Le ipotesi sono due: una riduzione percentuale per ogni anno di anticipo, oppure il ricalcolo contributivo integrale, che penalizzerebbe soprattutto chi ha una parte della carriera nel sistema retributivo.
🔵 Fondi pensione e TFR: il possibile nuovo ruolo
La parte più innovativa riguarda la previdenza complementare. L’idea è permettere ai lavoratori di utilizzare la rendita maturata nei fondi pensione per raggiungere la soglia minima richiesta dalla normativa. Chi non arriva all’importo necessario con la sola pensione pubblica potrebbe quindi integrare l’assegno con il proprio fondo.
Se anche questo non bastasse, si valuta la possibilità di trasformare il TFR in una rendita periodica, invece di riceverlo in un’unica soluzione. In questo modo, pensione pubblica, previdenza integrativa e TFR verrebbero combinati per permettere l’accesso alla nuova uscita flessibile, senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici.
