30 Ago L’Italia perde acqua e tempo: dispersioni record, investimenti insufficienti e una rete da ricostruire
In Italia una parte consistente dell’acqua potabile immessa nelle reti non arriva mai ai rubinetti. Ogni anno miliardi di metri cubi si disperdono lungo tubature vecchie, mal gestite o danneggiate. Nel confronto europeo, tra il 2022 e il 2024 eravamo secondi solo alla Romania per percentuale di perdite: un primato che racconta una fragilità strutturale. A complicare la gestione del problema c’è la mancanza di dati nazionali aggiornati e omogenei, che rende difficile programmare interventi mirati.
Le ultime informazioni complete dell’Istat risalgono al 2022 e mostrano una situazione critica: su 8 miliardi di metri cubi immessi nelle reti comunali, solo 4,6 miliardi sono arrivati agli utenti. Il resto — 3,4 miliardi — è andato perso. Una quantità che basterebbe a coprire il fabbisogno di tre quarti della popolazione italiana. Le perdite sono cresciute di circa dieci punti percentuali rispetto al 1999 e, secondo le stime parziali di ARERA, non si sono ridotte nemmeno nel 2025.
Il divario territoriale è evidente: nel 2022 Basilicata, Abruzzo, Molise, Sardegna e Sicilia hanno registrato dispersioni superiori al 50%, mentre Bolzano, Emilia‑Romagna e Valle d’Aosta si sono fermate sotto il 30%. In Europa, Paesi come Germania, Danimarca e Paesi Bassi hanno perdite vicine al 5%, segno di reti più moderne e investimenti più consistenti.
Ed è proprio qui che l’Italia mostra un’altra debolezza: le tariffe idriche sono tra le più basse d’Europa (2,5 euro per metro cubo nel 2024), molto lontane dai livelli di Paesi come la Danimarca, dove superano gli 11 euro. Tariffe più alte generano più investimenti, e più investimenti riducono le perdite. In Italia, invece, i gestori hanno risorse limitate e spesso frammentate tra piccoli operatori locali, rendendo difficile pianificare interventi strutturali.
Il PNRR ha destinato 1,9 miliardi alla riduzione delle perdite e alla digitalizzazione delle reti. Le milestone e i target formali sono stati raggiunti, con oltre 51mila km di rete “distrettualizzati”. Ma il Piano non prevedeva obiettivi misurabili di riduzione delle dispersioni, né definiva chiaramente quali interventi dovessero essere realizzati. Molti progetti hanno riguardato monitoraggio e digitalizzazione, utili ma non immediatamente risolutivi.
Gli effetti reali si vedranno solo nei prossimi anni, e solo su una parte della rete nazionale. La sfida resta enorme: servono investimenti stabili, una governance meno frammentata e dati aggiornati per capire dove intervenire. L’Italia ha iniziato a muoversi, ma la strada per ridurre davvero le perdite è ancora lunga.
fonte: Osservatorio CPI
