Pensioni, la Consulta dà il via libera alla riduzione della rivalutazione: cosa può cambiare per gli assegni

Pensioni, la Consulta dà il via libera alla riduzione della rivalutazione: cosa può cambiare per gli assegni

La Corte Costituzionale ha stabilito che intervenire sugli aumenti delle pensioni legati alla perequazione, quando necessario per salvaguardare i conti pubblici, non rappresenta una violazione del diritto previdenziale.

La perequazione automatica è il meccanismo che adegua ogni anno gli importi al costo della vita sulla base dell’inflazione rilevata dall’Istat, con l’obiettivo di mantenere stabile il potere d’acquisto degli assegni. Nella pratica, però, questo adeguamento non è sempre stato applicato in modo lineare: anche in passato il legislatore è intervenuto per modulare gli incrementi, soprattutto nei periodi in cui la finanza pubblica mostrava segnali di difficoltà .

Dal 2023/2024 è stato introdotto un sistema a scaglioni che prevede percentuali di rivalutazione diverse in base all’importo della pensione, garantendo l’adeguamento pieno solo agli assegni più bassi e riducendo progressivamente la quota per quelli più elevati. Questa scelta, pensata per contenere l’impatto sulla spesa pubblica, aveva sollevato dubbi di costituzionalità, poiché toccava un tema sensibile come la tutela previdenziale. La Consulta, con la sentenza 52/2026, ha però chiarito che la modulazione della perequazione è legittima se non elimina il meccanismo e se risponde a comprovate esigenze di bilancio. La Cassazione ha confermato questa interpretazione, ribadendo la necessità di trovare un equilibrio tra l’adeguamento degli assegni all’inflazione e la sostenibilità dei conti dello Stato. In sostanza, la rivalutazione non può essere cancellata, ma può essere temporaneamente ridotta entro limiti ragionevoli, anche se al momento non è stato definito quanto a lungo potrà durare questo regime modulato