04 Mar Lo stato degli investimenti in Italia per ridurre il rischio idrogeologico
Dal 1999 al 2025 spesi miliardi per mettere in sicurezza il territorio, ma solo il 46% delle opere risulta avviato o concluso. E l’esposizione al rischio continua ad aumentare.
🌍 Un Paese fragile: il 95% dei comuni è a rischio
La frana che da settimane interessa Niscemi ha riportato al centro dell’attenzione un dato che l’Italia conosce bene: quasi un quarto del territorio nazionale (23%) è classificato a pericolosità da frana e il 10% della popolazione vive in queste aree. Sommando frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera, il 95% dei comuni italiani presenta almeno una zona vulnerabile. Un quadro che rende evidente quanto la prevenzione sia una necessità strutturale, non un’emergenza episodica.
💶 Venticinque anni di investimenti: quanto si è speso e dove
Dal 1999 al 2025 l’Italia ha destinato alla mitigazione del dissesto idrogeologico in media lo 0,05% del PIL all’anno, finanziando quasi 28.000 interventi. Dopo il 2016, con l’ingresso di nuovi canali di finanziamento (Interno e Protezione Civile), la quota è salita fino allo 0,11% del PIL.
Gli stanziamenti più rilevanti:
- 2010 – 1,9 miliardi per interventi urgenti dopo il sisma in Abruzzo.
- 2015 – 890 milioni per ridurre il rischio alluvioni nelle aree metropolitane più esposte.
- 2019 – 675 milioni per interventi urgenti e indifferibili.
- 2024 – oltre 1 miliardo dopo le alluvioni del 2023.
Le regioni che hanno ricevuto più fondi in valore assoluto sono:
- Lombardia: 2,2 miliardi
- Campania: 2,1 miliardi
- Calabria: 1,8 miliardi
In termini pro capite, le risorse sono state maggiori nelle regioni con più popolazione in aree a rischio frana elevato, anche se con differenze significative tra territori.
🏗️ Solo il 46% delle opere è avviato o concluso
Nonostante gli investimenti, meno della metà degli interventi risulta effettivamente realizzato o in corso (46%). Le differenze regionali sono marcate:
- Liguria – 68% di lavori avviati o conclusi (la più efficiente)
- Sicilia – 50%
- Campania – 30% (la meno efficiente)
Il ritardo del Sud è legato anche alla maggiore complessità dei progetti: il costo medio nazionale è di 750.000 euro, ma in Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia supera 1 milione.
Gli interventi riguardano soprattutto:
- Alluvioni: 40%
- Frane: 25%
- Altri dissesti (erosione costiera, incendi, valanghe): 7%
- Tipologia non specificata: 28%
🏛️ Programmi nazionali: molti strumenti, risultati alterni
Dal 2010 si sono susseguiti diversi piani:
- Accordi di Programma (2010–2015): 2.696 interventi per quasi 3 miliardi, ma il 20% non è ancora partito.
- ItaliaSicura (2014–2020): forte accelerazione, con 90% degli interventi avviati o conclusi.
- ProteggItalia (2019): 5.103 interventi per 1,9 miliardi, ma solo 66% avviati o chiusi.
- PNRR: 800 milioni, ma appena 4,6% dei progetti è partito.
Il problema non è la mancanza di fondi, ma la difficoltà nel trasformarli in opere reali.
📉 L’esposizione al rischio non diminuisce
Nonostante gli investimenti, la popolazione esposta non cala:
- Aree a rischio frana elevato/molto elevato: dal 2,1% (2015) al 2,2% (2024).
- Aree a rischio alluvione elevato: dal 3,2% (2015) al 4,1% (2021).
Solo Emilia‑Romagna, Piemonte e Trentino hanno ridotto l’esposizione al rischio alluvioni.
🛡️ Il nodo delle assicurazioni: Italia fanalino di coda
La prevenzione strutturale non basta. In Italia solo il 7% delle abitazioni è assicurato contro eventi naturali, contro il 75% della Spagna, l’80% della Francia e oltre il 90% della Germania. Estendere l’obbligo o introdurre incentivi ridurrebbe la spesa pubblica: le alluvioni del 2023 in Emilia‑Romagna hanno causato 8,5 miliardi di euro di danni.
🔎 Conclusione
L’Italia investe, ma non abbastanza e soprattutto non con la rapidità necessaria. Le opere procedono a velocità diverse tra territori, la popolazione esposta cresce e la copertura assicurativa resta marginale. La frana di Niscemi ricorda che il dissesto idrogeologico non è un’emergenza, ma una condizione permanente che richiede continuità, capacità amministrativa e un cambio di paradigma nella gestione del rischio.
Articolo basato sui dati dell’Osservatorio CPI – Università Cattolica del Sacro Cuore
