La marcia indietro sui dazi di Donald Trump

La marcia indietro sui dazi di Donald Trump

Donald Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo che segna un evidente arretramento rispetto alla linea protezionistica finora perseguita.
E’ l’effetto a distanza che avevamo descritto sarebbe accaduto lo scorso 18 febbraio in questo articolo (link). Il presidente ha deciso di esentare dazi reciproci su un ampio ventaglio di prodotti agricoli, tra cui caffè, banane, carne bovina, pomodori e frutta esotica. La misura arriva in un contesto di forte pressione politica e sociale, con gli americani alle prese con un costo della vita sempre più difficile da sostenere. L’atto, retroattivo al 13 novembre, concede deroghe su beni che gli Stati Uniti non riescono a produrre in quantità sufficienti per coprire la domanda interna. Nell’elenco figurano anche noci, avocado, ananas, tè e pinoli. Particolarmente rilevante è l’inclusione di tagli di carne bovina, proprio mentre i prezzi hanno raggiunto livelli record, incidendo pesantemente sui bilanci delle famiglie.

La scelta rappresenta una netta inversione rispetto ad aprile, quando Trump aveva introdotto dazi di almeno il 10% sulla maggior parte delle importazioni, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit commerciale e sostenere la produzione nazionale. Tuttavia, quelle tariffe colpivano persino alimenti che non possono essere coltivati negli Stati Uniti, suscitando dubbi tra gli economisti. A spingere verso il cambio di rotta sono stati diversi fattori, tra cui una sconfitta alle elezioni locali che ha riportato il tema del costo della vita al centro delle priorità repubblicane. I dazi, infatti, avevano avuto l’effetto opposto rispetto alle promesse elettorali, facendo salire i prezzi al supermercato e alimentando il malcontento.

Per cercare di recuperare consenso, la Casa Bianca ha messo in evidenza nuove misure a favore dei consumatori, come interventi per ridurre il prezzo di beni essenziali quali benzina e uova, oltre a un accordo per abbassare il costo di alcuni farmaci dimagranti. La rimozione dei dazi su prodotti agricoli strategici si inserisce in questa strategia di contenimento dei danni. C’è anche un motivo pratico: gli Stati Uniti non sono autosufficienti nemmeno per beni di largo consumo. Frutti tropicali come caffè, banane e ananas non crescono sul territorio americano, o non in quantità adeguate. Mantenere dazi su questi prodotti significava soltanto gravare ulteriormente sui cittadini senza alcun vantaggio per i produttori locali.

La decisione ha subito acceso il dibattito online, dove è tornata a circolare l’espressione sarcastica “Taco Trump” (“Trump always chickens out”), che descrive un presidente pronto a fare marcia indietro di fronte a conseguenze politicamente insostenibili. Per importatori e distributori, l’esenzione è stata una boccata d’ossigeno, riducendo distorsioni e costi lungo la filiera. Restano però in vigore altri dazi, segno che la guerra commerciale non è terminata. Resta da capire se questa mossa basterà a riconquistare la fiducia degli elettori. Intanto, l’amministrazione si muove tra richieste di prezzi più bassi e la volontà di difendere un’agenda protezionistica. Il caso dei dazi agricoli mostra quanto sia complesso conciliare queste esigenze, e mette in luce la fragilità delle economie moderne: nemmeno gli Stati Uniti possono isolarsi dal commercio internazionale. La globalizzazione, tanto criticata da Trump in campagna, si conferma più una necessità che una scelta.