Dalle Zone 30 ai 150 km/h in autostrada: l’Europa riscrive le regole della strada

Dalle Zone 30 ai 150 km/h in autostrada: l’Europa riscrive le regole della strada

Il sistema della circolazione stradale europea si avvia verso una fase di trasformazione profonda. L’Unione Europea, sempre più sensibile ai temi della sicurezza e dell’impatto ambientale, sta preparando una revisione complessiva delle norme valide nei vari Paesi membri. L’obiettivo è duplice: diminuire in modo significativo gli incidenti più gravi e ridurre le emissioni generate dagli spostamenti privati. In questo scenario, la regolazione della velocità assume un ruolo centrale, sia sulle autostrade sia nelle aree urbane.

Da anni Bruxelles lavora per uniformare le regole tra gli Stati, promuovendo una guida più responsabile e incentivando l’uso dei mezzi pubblici. Molte città europee – e italiane – si stanno già muovendo in questa direzione, introducendo limiti più bassi, corsie riservate e investimenti nel trasporto collettivo. È una strategia complessiva che punta a migliorare la sicurezza e, allo stesso tempo, a favorire una mobilità più sostenibile.

In Italia il cambiamento è già visibile, soprattutto nei centri urbani. Bologna, ad esempio, è stata tra le prime a introdurre la “Zona 30”, applicando il limite di 30 km/h sulla quasi totalità del territorio cittadino. Una scelta discussa, ma che altre città stanno iniziando a replicare, seguendo l’esempio di Paesi come Belgio, Olanda e Spagna. Ridurre la velocità in città significa diminuire gli incidenti, proteggere pedoni e ciclisti e rendere gli spazi urbani più vivibili. Parallelamente cresce l’attenzione verso il trasporto pubblico, sostenuto da incentivi e investimenti per migliorarne qualità e frequenza. In questo contesto, il tradizionale limite dei 50 km/h nei centri abitati potrebbe presto diventare superato.

Curiosamente, mentre nelle città si tende a rallentare, sulle autostrade si discute l’ipotesi opposta. In Italia il limite massimo è oggi di 130 km/h, con restrizioni per i neopatentati, ma in alcuni Paesi europei – come Polonia, Bulgaria e in alcune tratte tedesche – si è già saliti a 140 km/h. Anche in Italia si parla da tempo della possibilità di arrivare a 150 km/h. L’articolo 142 del Codice della Strada lo consentirebbe solo su tratti a tre corsie, con pavimentazione in condizioni ottimali e sistemi di controllo come i tutor. Sarebbe comunque una misura limitata a poche porzioni della rete, ma rappresenterebbe un cambio di direzione rispetto alla tendenza generale alla moderazione.

Il futuro dei limiti di velocità in Europa dipenderà dalla capacità di bilanciare tre esigenze: sicurezza, efficienza degli spostamenti e tutela dell’ambiente. Le città puntano a diventare più sicure e meno congestionate, mentre l’auto privata resta ancora fondamentale in molte zone, soprattutto lungo le principali arterie autostradali.

Anche l’Italia dovrà adeguarsi alle linee guida europee, adattandole alle caratteristiche del proprio territorio. Una differenziazione più netta tra limiti urbani ed extraurbani potrebbe essere la strada più efficace. La tecnologia – dai sistemi di assistenza alla guida ai controlli elettronici – avrà un ruolo decisivo nel rendere la rete stradale più sicura e moderna.

Il nuovo decreto sulla sicurezza stradale, che entrerà pienamente in vigore entro il 2026, ridisegna una parte importante delle regole italiane, con ricadute sulla mobilità urbana ed extraurbana, sui controlli e sull’organizzazione del traffico. Non si tratta solo di inasprire le sanzioni, ma di introdurre un insieme coordinato di strumenti normativi, tecnologici e gestionali che coinvolgeranno tutti gli utenti della strada, dai conducenti ai soggetti più vulnerabili, fino alle flotte aziendali.

Il decreto si inserisce nel percorso di aggiornamento del Codice della Strada già avviato, con l’obiettivo di ridurre gli incidenti e rendere più coerenti le norme tra città e aree extraurbane. Nei centri abitati, rafforza il ruolo dei Comuni nella definizione dei limiti, delle ZTL, delle aree pedonali e delle zone ciclabili, integrando queste scelte con la pianificazione della mobilità. Fuori dai centri urbani, l’attenzione si concentra su velocità, sorpassi, distanze di sicurezza e gestione dei tratti più pericolosi, con un uso più esteso di controlli elettronici e segnaletica dedicata.

Un punto chiave è la necessità di coordinare norme nazionali e regolamenti locali, per evitare differenze eccessive che creano confusione tra gli automobilisti. Il decreto punta a criteri più uniformi per l’istituzione delle zone 30, delle ZTL e dei sistemi automatici di controllo. Per chi si sposta spesso tra città diverse, l’obiettivo è arrivare a un quadro più chiaro e prevedibile, anche se la fase di transizione richiederà attenzione e aggiornamento continuo.

Per le strade extraurbane, il decreto interviene soprattutto sui tratti più critici, dove velocità elevate, incroci a raso e traffico misto aumentano il rischio di incidenti gravi. Le nuove regole potrebbero portare a limiti più selettivi, a una diversa organizzazione delle intersezioni e a un uso più diffuso di segnaletica preventiva e dispositivi di moderazione della velocità. È probabile anche un aumento dei controlli mirati nelle fasce orarie più problematiche, con particolare attenzione ai sorpassi pericolosi e alla distrazione alla guida.

Un altro tema centrale riguarda la convivenza tra mobilità tradizionale e micromobilità. Il decreto mira a regolamentare meglio l’uso di monopattini elettrici, biciclette a pedalata assistita e altri mezzi leggeri, soprattutto in città. Ciò potrebbe tradursi in più corsie ciclabili, regole più chiare per la convivenza con i pedoni e limitazioni su alcune strade extraurbane. Per gli automobilisti, questo significa prestare maggiore attenzione agli utenti più vulnerabili.

Tra le innovazioni più rilevanti ci sono le misure contro la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe. L’introduzione dell’alcolock – un dispositivo che impedisce l’avvio del veicolo se il conducente supera una certa soglia alcolemica – rappresenta un approccio preventivo, non più solo punitivo. I test salivari e gli accertamenti rapidi permetteranno controlli più efficaci e mirati, riducendo i tempi di fermo e aumentando la capacità di individuare chi guida in condizioni non idonee.

Questi strumenti comporteranno un aumento dei posti di controllo, soprattutto nelle zone della movida, agli svincoli autostradali e nei tratti extraurbani più pericolosi. Gli automobilisti dovranno abituarsi a verifiche più frequenti, con possibili rallentamenti ma anche con un effetto deterrente sui comportamenti rischiosi.

Per alcune categorie – come neopatentati, autotrasportatori e conducenti professionali – l’alcolock potrebbe diventare obbligatorio, soprattutto in caso di precedenti violazioni. Le flotte aziendali potrebbero essere tra le prime a introdurlo, sia per obblighi normativi sia per politiche interne di sicurezza. Sarà necessario prevedere manutenzione specifica, protocolli chiari e procedure di emergenza in caso di blocco del veicolo.

Infine, i test rapidi richiederanno formazione adeguata per gli operatori e una comunicazione trasparente verso gli utenti. Per chi guida, ciò significa mettere in conto controlli più accurati, ma anche una maggiore uniformità nelle procedure. L’obiettivo, nel medio periodo, è ridurre gli incidenti legati ad alcol e droghe, che rappresentano ancora una quota significativa della sinistrosità più grave