09 Feb I dazi doganali di Trump si sono rivelati un boomerang per i consumatori USA
I dazi introdotti da Donald Trump stanno mostrando effetti molto diversi da quelli promessi. Secondo un’analisi del prestigioso Kiel Institute for the World Economy, basata su 25 milioni di registri doganali relativi alle importazioni statunitensi tra gennaio e novembre 2025 (quasi 4.000 miliardi di dollari di valore), il peso delle tariffe è ricaduto quasi interamente sugli acquirenti americani: il 96% del costo è stato trasferito agli importatori e, in ultima istanza, ai consumatori. Solo il 4% è stato assorbito dagli esportatori stranieri.
Lo studio mostra che, pur essendo diminuiti i volumi delle importazioni, i prezzi dei beni venduti negli Stati Uniti non si sono abbassati. La narrazione secondo cui sarebbero gli esportatori a “pagare” i dazi non trova riscontro nei dati. Le entrate doganali aggiuntive – circa 200 miliardi di dollari nel periodo analizzato – sono finite al Tesoro, non ai consumatori, e funzionano di fatto come una tassa sui consumi applicata solo ai beni importati, con ulteriori distorsioni economiche.
L’effetto principale delle tariffe è stato quindi la riduzione delle importazioni, non una diminuzione dei prezzi da parte dei produttori esteri. Questo ha comportato meno disponibilità di beni, minore varietà e interruzioni nelle catene di fornitura per molte aziende statunitensi. Le imprese americane che dipendono da componenti importati si trovano ora a fronteggiare costi più alti: devono assorbirli riducendo i margini, trasferirli ai clienti aumentando i prezzi, oppure cercare fornitori alternativi con costi e ritardi aggiuntivi.
Gli esportatori stranieri, dal canto loro, non hanno abbassato i prezzi per diversi motivi. Molti possono rivolgersi ad altri mercati – Europa, Asia, paesi Brics – riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti. Inoltre, per compensare un dazio del 50%, un’azienda dovrebbe tagliare i prezzi di circa il 30%, una scelta spesso non sostenibile. Se poi si ritiene che i dazi siano temporanei, non conviene modificare i listini per non creare precedenti. Anche la rigidità delle catene di fornitura gioca un ruolo: molti importatori americani hanno rapporti consolidati con fornitori esteri e non possono cambiare facilmente partner commerciali.
Il Kiel Institute rileva che i dazi del 50% sul Brasile e quelli del 30–50% sull’India non hanno portato a riduzioni significative dei prezzi. Il caso indiano è particolarmente chiaro grazie ai registri doganali dettagliati: confrontando le esportazioni verso gli Stati Uniti con quelle verso UE, Canada e Australia (dove non ci sono nuovi dazi), i prezzi unitari risultano invariati. Lo stesso era accaduto nella guerra commerciale USA–Cina del 2018–2019: i prezzi cinesi non erano scesi, mentre quelli pagati dagli importatori americani erano aumentati quasi in proporzione ai dazi.
Anche i dati ufficiali di census.gov confermano che le aspettative di Trump non si sono realizzate: tra gennaio e novembre 2025 il deficit commerciale USA per le merci ha raggiunto 1.139 miliardi di dollari, +5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Solo il settore dei servizi mantiene un forte surplus. L’aumento delle importazioni nei primi mesi del 2025 era dovuto all’accumulo di scorte in vista dei nuovi dazi annunciati in aprile.
La storia ricorda che politiche simili possono avere effetti pesanti: i dazi introdotti dal presidente Herbert Hoover dopo il crollo del 1929 contribuirono a restringere il commercio mondiale e ad aggravare la Grande Depressione, da cui gli Stati Uniti uscirono solo con il New Deal di Roosevelt.
Secondo il Kiel Institute, Trump non ha raggiunto l’obiettivo di rilanciare l’industria manifatturiera americana. Anche i settori più protetti non mostrano progressi significativi. L’industria automobilistica, in particolare, ha rallentato rispetto alla crescita iniziata nel 2010. L’occupazione nei settori dell’alluminio e dell’acciaio è rimasta stagnante o è cresciuta solo in linea con l’economia generale. Nel complesso, la quota di questi comparti sull’occupazione totale resta ferma allo 0,3%.
Gli economisti del Kiel Institute sottolineano che i risultati positivi osservati tra il 2017 e il 2019 sono in gran parte dovuti alla ripresa ciclica successiva alla recessione industriale del 2015–2016, legata al crollo del prezzo del petrolio. Le politiche protezionistiche, spiegano, non generano crescita duratura: è più efficace puntare sui settori in cui gli Stati Uniti hanno reali vantaggi competitivi, accompagnando però la transizione con investimenti mirati in infrastrutture e istruzione nelle aree più colpite.
In sintesi, i dazi finiscono per danneggiare tutti: esportatori, importatori e consumatori. Riducendo il commercio internazionale, alimentano tensioni economiche e geopolitiche che possono trasformarsi in conflitti commerciali su larga scala.
